cAPPELLA ESPIATORIA


Nel Giorno dell’espiazione (Yom Kippur - Yom haKippurîm, delle espiazioni, Es 30,10; Lv 23,27-32.25,9; Nm 29,7-11) la festa prevedeva l’uccisione di un capro - sacrificato per le colpe commesse durante tutto l’anno dal popolo Israele e dal suo sommo sacerdote celebrante - e si aspergeva il suo sangue in segno di purificazione e di riconciliazione con Dio (Lv 16,16; Eb 9,19-28). In un altro momento, un capro (emissario o espiatorio) era simbolicamente ‘caricato’ dei peccati del popolo e
mandato a morire nel deserto (Lv 16,8-10).

Il significato simbolico del rito del sangue derivava dalla convinzione che esso fosse la sede della vita, dell’energia vitale che Dio comunica all’uomo. Il sangue contiene la forza divina che dona vita e quando il medesimo sangue viene inserito in un rito sacro, riversa sul popolo la forza divina della vita, la quale purifica e annulla tutto ciò che le si oppone, quindi anche il peccato
e ogni male. La vita divina è salvifica e viene riversata sul popolo nella benedizione e misericordia di Dio.
Il sacrificio dell’animale dunque è secondario, la sua morte serviva a procurare il sangue per il rito.

Questo riversarsi abbondante di vita sul popolo lascia intendere che l’espiazione non era -e non è- opera dell’uomo ma di Dio. Del resto l’espiazione comporta il perdono e le offese fatte a Dio è Dio che le perdona.L’espiazione quindi non ha il significato di sostenere, pagare la pena e il castigo per scontare un peccato ma è l’azione purificatrice di Dio (Dio è il soggetto del rito, non l’uomo), il quale reinveste l’uomo peccatore rinnovando in lui la forza divina tramite il sangue. L’autore dell’espiazione è dunque Dio, quando all’interno del rito riversa sull’uomo la potenza riconciliatrice della sua misericordia divina.

L’espiazione non implicava dunque la sofferenza del peccatore come pena del peccato commesso. La punizione del peccato invece, era conseguenza implicita del peccato e insita in esso: ogni scelta cattiva ha conseguenze cattive anche se non immediatamente ravvisabili. Dio lascia che l’uomo subisca le conseguenze delle sue azioni perché impari a fuggire il male e a compiere il bene.

Il rito era atto a porre fine al male e alle sue conseguenze invocando l’intervento divino misericordioso, salvifico e riparatore. Accogliendo il suo desiderio di riconciliazione, Dio perdona il peccatore e lo salva. Espiazione quindi è perdono e misericordia.

Il libro di Isaia contiene i quattro carmi del Servo di YHWH, che prefigurano l’identità del Messia e lo connotano di una missione salvifica che implica una centrale dimensione di sofferenza. Il terzo canto (capitoli 52,13-53,12), in particolare nel c. 53, databile circa 550 anni a.C., descrive il Servo sofferente come vittima espiatoria dei peccati degli uomini: 

(…)2bNon ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per provare in lui diletto.

3 Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

4 Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.

5 Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

6 Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l'iniquità di noi tutti.

7 Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.

8 Con oppressione e
ingiusta sentenza  fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua sorte?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte.

9 Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.

10 Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in espiazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.

11 Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà la loro iniquità.

12 Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha consegnato se stesso alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i peccatori.

Nel Nuovo Testamento, nel quale converge tutto l’Antico Testamento, ad illuminare la figura del Signore Gesù Cristo, i passi di Isaia vengono riferiti alla vicenda di Gesù di Nazareth Figlio Sofferente e Salvatore dell’umanità. Si allude circa cinquanta volte a questo e ad altri passi, riferendoli a Gesù. Per esempio, Gesù stesso in Luca 22,37 spiega ai discepoli prima di essere arrestato: Deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra i malfattori” (Is 53,12) e in Atti 8,34-35 un eunuco etiope legge Isaia e chiede a Filippo: Di quale persona il profeta dice questo? e Filippo partendo da quel passo gli annunciò la buona notizia di Gesù.

Nel Nuovo Testamento è Gesù la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo (1Gv 2,2), è il sangue di Gesù che viene dato in remissione dei peccati: Matteo 20,28 attesta che il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti.  La concretizzazione dell’Istituzione eucaristica in Mt 26,28: questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati.

San Paolo qualifica il sacrificio di Gesù come “strumento di espiazione”: Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della  fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati (Rm 3,25). Lo strumento di espiazione (o propiziatorio) è il kaporeth: parte del coperchio dell’Arca dell’Alleanza, su cui veniva versato il sangue durante il rito. 

Una corretta interpretazione dell’espiazione però  non legge il sacrificio del Cristo nei termini estremi della categoria della ‘soddisfazione vicaria’: il Padre è così adirato con gli uomini che solo il sangue del Figlio lo può soddisfare, il sacrificio di Cristo placa l’ira divina del Padre. Il soggetto del verbo espiare è Dio, non il peccatore; ed espiazione è sinonimo di perdono. È Dio che espia, non l’uomo: in questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati (1 Gv 4,10).

La chiave per comprendere l’espiazione è dunque l’amore di Dio, del Padre che accetta che il suo Figlio si offra per la salvezza dei figli e del Figlio che liberamente e volontariamente senza alcuna costrizione -se non l’eccedenza del suo Amore- si consegna alla crudeltà dei peccatori. Gesù non viene punito al nostro posto (sostituzione penale) per placare il Padre, ma Questi è il soggetto che procura espiazione e concede il perdono mediante la morte di Gesù. La Croce è il luogo del perdono, la risposta dell’amore al peccato.

Solo l’amore può redimere, può generare la volontà di riconciliare. L’Amore del Padre e del Figlio è assoluto, unico e condiviso, e genera una redenzione assolutamente ostinata e invincibile, spinge il Figlio a dare la sua vita per noi (Gv 10,11) e ad amarci fino alla fine (Gv 13,1) e il Padre a volere e permettere che questa scelta si compia (Gv 3,16):  Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita (Gv 1,17). Il Padre e il Figlio sono uniti in una sola volontà salvifica, la quale procede dall’Amore intratrinitario;  il sacrificio di Gesù è l’espressione della sua comunione d’amore con il Padre:  Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato (Gv 14,31).

L’espiazione allora va intesa come riconciliazione offerta all’uomo da parte di Dio, nonostante il peccato, nonostante tutto. Dio espiando, purifica il peccatore, annulla il peccato. L’espiazione è accoglienza dell’uomo in ogni caso, da parte di Dio, di quel Padre Misericordioso delle Parabole di Gesù. 

Sul perché l’espiazione richieda la sofferenza, rispondiamo che la Passione e la morte cruenta di Cristo, non fu voluta né dal Padre né da Lui, ma accettata come conseguenza dell’incarnazione e della cattiveria degli uomini. L’espiazione è gratuita ma richiede la risposta libera dell’uomo, è un’offerta che può essere accolta o rifiutata, può generare salvezza e gratitudine oppure rifiuto e violenza, qualora l’annuncio scuote sistemi di potere malvagio. 

L’accettazione della sofferenza da parte di Gesù è stato il prezzo dell’Amore, poiché questo, per sua natura ha due leggi inevitabili, donare se stesso ‘fino alla fine’ (Gv 13,1) e rispettare la libertà dell’altro. Quando la libertà ha prodotto sofferenza e morte per Gesù, lui non ha cessato di amare, non ha fermato l’amore per difendersi, non è sceso dalla Croce. 

L’amore annulla il male in questo modo: lo accoglie e lo scioglie dentro di sé. Non si ferma perciò, fintanto che il bene trionfi con la testimonianza di una maggiore forza rispetto al male, per mezzo del perdono.  Non si ferma fintanto che la vita abbia il sopravvento sulla morte, perché questa è frutto del male; la vita, frutto dell’amore, è più potente del male e delle sue conseguenze, perché a differenza del male, ha la sua Fonte in Dio.  

L’espiazione è dunque la divina operazione che discende da Dio e ci raggiunge laddove siamo bisognosi di perdono, riconciliazione e salvezza, e la Croce è il luogo storico dove Dio, in Cristo, offre il perdono gratuitamente, per grazia (Rm 8,14) non imputando agli uomini le loro colpe (2Cor 5, 19). 

Per quanto riguarda la Giustizia di Dio, diciamo che essa è infinita come il suo amore, però non richiede soddisfazione e risarcimento alla maniera umana, giuridica. Per ottenere giustizia Dio espia l’uomo, lo conduce alla consapevolezza del male, quindi al pentimento; a questo punto, l’uomo, illuminato, sente l’esigenza imperiosa di purificarsi e riparare il male commesso. Quando a Pentecoste la folla ascolta il discorso di Pietro, viene resa consapevole del male operato nei confronti di Gesù, si sentì trafiggere il cuore (At 2,37) e chiese subito cosa dover fare per riparare. La giustizia divina non opera vendetta né risarcimento, ma correzione dell’uomo, riportandolo a giustizia, cioè giustificandolo. Dio non vuole giustizia, vuole l’uomo giusto. 

Il Padre ha compiuto quest’opera in Gesù: Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio (2 Cor 5, 21). Dio ha considerato Gesù peccato non significa che ha trattato Gesù come un peccatore infliggendogli la punizione che merita il peccatore, ma il Padre e Gesù hanno fatto vedere come trattano i peccatori: la Croce è l’icona della misericordia divina per i peccatori, un amore pronto a tutto.

L’espiazione da parte di Dio, produce il frutto di riportare l’uomo nella gioia della giustizia. 

Se attribuiamo a Dio una volontà di giustizia vendicativa/punitiva rinunciamo alla Rivelazione del Dio misericordioso del Vangelo. Dio non ha voluto ricevere da Cristo la riparazione per placarsi, ma ha inviato il Figlio per offrire all’uomo il dono della giustizia, come abbiamo detto, e tutti i doni fino al più grande: la vita eterna.

Noi dobbiamo abituarci ad avere una visione globale della salvezza, del progetto salvifico. La Croce e la sua potenza salvifica è legata alla Resurrezione. Questa dà senso alla Croce. Dobbiamo comprendere che tutte le fasi della vita di Gesù hanno il potenziale salvifico assoluto. L’incarnazione è immissione, inoculamento della salvezza nel genere umano: Dio entra nella
Natura umana; la vita nascosta di Gesù è esercizio perfetto di vita umana nella volontà di Dio; i miracoli sono segni della salvezza; la Croce è il luogo dove Dio mostra di essere tale rispetto all’uomo, con un amore che non ci ripensa; la Resurrezione è la ricapitolazione della vittoria di Dio sul male e sulla morte; l’Ascensione è il ristabilimento della giustizia; la Pentecoste è l’inizio della vita nello Spirito perché l’uomo sia ricondotto alla Verità tutta intera e alla giustizia, una giustizia non imposta, non da osservare, ma generata dal di dentro, dal cuore e dall’intelligenza dell’uomo, grazie alla presenza dello Spirito donato da Dio.  

In quest’ottica la Croce di Cristo e le nostre croci, cessano di essere segni di un presunto valore della sofferenza come acquisto di grazia, la quale è gratuita e fuori commercio, ma diventano ciò che sono, riparazione d’amore. Comprendiamo S.Paolo in Col 1,24: completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Ai patimenti di Cristo non manca nulla perché la sua opera salvifica è perfetta e compiuta (Gv 19,30: «Tutto è compiuto!».
E, chinato il capo, spirò) e Dio non può ricevere nulla dall’uomo, non ha alcuna mancanza; ciò che manca è che l’uomo sia come Dio, manca che le relazioni libere umane siano improntate all’amore. Infatti, ciò che manca ai patimenti di Cristo non è a favore di Cristo, ma  del suo corpo che è la Chiesa, cioè noi. 

Ecco che allora in quest’ottica trova senso il ‘sacrificio’; ciò che manca è il nostro amore disposto a sacrificarsi per il prossimo. La salvezza di Dio non esclude la risposta salvifica propria dell’uomo, ma piuttosto l’include, dopo averla resa possibile con la grazia. L’uomo giustificato può vivere nella giustizia, l’uomo salvato può esistere nella salvezza, l’uomo amato può amare.
Possiamo amare.
                                                                                                                                                            d.F.

- Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 433, 457, 578, 517-682, 1992, 2266.
- Commissione Teologica Internazionale,  Alcune questioni sulla teologia della redenzione (1995).
- G. Deiana, Il giorno dell'espiazione. Il Kippur nella tradizione biblica, EDB,
Bologna 1995.

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